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Sebbene le giovani generazioni siano spesso criticate per l’eccessiva dipendenza dall’aiuto degli anziani, l’eccessiva indipendenza può essere anche peggiore.
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Una generazione di persone cresciute senza la costante supervisione di un adulto e costrette a imparare presto l’indipendenza, da adulti si trova ad affrontare conseguenze psicologiche indesiderate, in particolare difficoltà ad accettare l’aiuto e a costruire relazioni strette. Lo afferma la pubblicazione Experteditor, in cui l’autore, il pensionato canadese Farley Ledgerwood, riflette sull’esperienza dei cosiddetti “bambini con la chiave al collo” e sul suo impatto sulla vita successiva.
L’autore descrive la propria infanzia, quando la cena spesso significava ciò che il bambino riusciva a trovare da solo nel frigorifero, perché i genitori facevano più lavori e non avevano tempo di occuparsi di lui. Non si trattava della classica negligenza, dice, ma piuttosto di una questione di sopravvivenza. Allo stesso tempo, è in queste condizioni che si è formata l’abitudine di non fare affidamento sugli altri e di risolvere tutti i problemi da soli.
Il testo osserva che questo modello di comportamento viene trasmesso anche alle generazioni successive. Farley fa l’esempio di sua figlia adulta, che anche in una situazione di crisi cerca di cavarsela da sola senza chiedere aiuto. Questo, dice, dimostra un atteggiamento profondamente radicato: “Se hai bisogno di qualcosa, dovresti occupartene da sola”.
Gli esperti confermano che l’eccessiva autonomia può avere un rovescio della medaglia.
“Gli adulti molto indipendenti possono avere difficoltà nell’intimità e nella regolazione emotiva”, afferma lo psicologo Sam Goldstein.
Inoltre, l’autore richiama l’attenzione sul fenomeno della cosiddetta “iperindipendenza”, che spesso si forma nei bambini che sono costretti ad assumersi responsabilità da adulti. Di conseguenza, questi bambini crescono presto, ma perdono la capacità di essere vulnerabili.
L’autore sottolinea che questo “sistema operativo emozionale” funziona efficacemente in condizioni di mancanza di risorse, ma in età adulta può trasformarsi in un ostacolo. La persona si abitua non solo a non chiedere aiuto, ma anche a rifiutarlo, anche quando è disponibile. Questo crea un senso di isolamento nonostante il successo esteriore.
Di conseguenza, l’autore conclude che la generazione abituata a “cavarsela da sola” dovrebbe ripensare a questo approccio.
“Il vostro sistema operativo emotivo vi ha servito bene per decenni. Vi ha protetto, vi ha permesso di muovervi, vi ha aiutato a sopravvivere. Ma non state più solo sopravvivendo. State vivendo. E vivere, vivere veramente, significa far entrare le persone nella vostra sfera di vita. Significa avere il coraggio di avere bisogno di qualcosa, di volere qualcosa, di accettare qualcosa dagli altri senza fatturare”, riassume l’autore.
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